FRAMMENTI 1

BRANO DA “PHOBOS”

L’animalista cattolico

Mentre uscivo un signore sui quarant’anni si è avvicinato e mi ha detto: “Mi chiamo Gregorio Alberti, sono italiano, sono qui con la mia fidanzata praghese, e volevo ringraziarla per quello che ha fatto.
Phobos è stato importantissimo per me e per gli animali. E se mi permette, mi inchino davanti a lei.”
“Non lo faccia, sia gentile. Mi imbarazza. Ma apprezzo quello che dice.”
Alberti ha continuato: “Giorni fa ero a Roma e mi sono recato a Largo Goldoni per la manifestazione contro l’uccisione degli agnelli. Devo confessarle che ho trattenuto a stento le lacrime; provo grande pena per quelle creature. Sono un cattolico che appoggia la causa animalista.”
“Non siete molti!” Ho obiettato
“No. Siamo pochi. Avevamo due grandi anime, due sacerdoti: monsignor Canciani e don Valeri, adesso non abbiamo più neanche loro…”
“Anche don Valeri è morto? Non lo sapevo….”
“Si, è morto.”
“A proposito di Marcione”, ha proseguito Alberti, “c’era un attivista cristiano a quella manifestazione che mi ha detto che se il Vangelo è interpretato nel giusto verso, difende gli animali. Il messaggio di Gesù è stato travisato dai teologi della Chiesa costantiniana.” Ho risposto: “non c’è nessun riferimento nel Vangelo per gli animali. Ti stai arrampicando sugli specchi”. E poi gli ho detto: “Lasciamo stare le terminologie e le Scritture: avete la mia solidarietà e il mio sostegno.”
Ho sorriso e, con l’intenzione di confortarlo, gli ho detto: “Un mio amico londinese mi ha parlato di una Passion inglese mostrata in televisione giorni fa, in questo dramma televisivo, Gesù, quando si confronta con i sacerdoti del tempio, libera una colomba che Giuda ha acquistato per sacrificare. E alla domanda di uno dei farisei: “Sei contro i sacrifici nel Tempio?” il Cristo non risponde facendo intuire che li detesta.
Almeno così lo ha interpretato il mio amico. Insomma il Gesù inglese sembra aperto verso gli animali. Solo gli inglesi potevano avere un’idea del genere, questo va detto. E forse anche i tedeschi potevano averla…”
“Interessante. Durante la manifestazione ho chiesto a questo attivista, molto conosciuto in Italia, se aveva visto il suo film: Phobos. Mi ha risposto che lo aveva visto e che intendeva invitarla a una conferenza a Roma.”
“Se me lo chiedono vado, perché no?” Ho risposto “ma non lo chiederanno…sono inviso ai cristiani”
Alberti ha continuato: “Subito dopo ho incontrato un altro personaggio del mondo animalista, un uomo che gestisce un terreno vicino a Roma con una ventina di animali che ha salvato, e gli ho detto: “Mi chiamo Gregorio, sono cattolico ma appoggio la vostra causa; gli animali non vanno uccisi”. Mi ha risposto: “Se parli in questi termini non parli da cattolico, ma da cristiano”. “Va bene, va bene”, ho detto, “dimmi quanto costa un agnello; desidero salvarne uno”. Mi ha risposto: “I più piccoli circa 70 euro”. Gli ho dato i soldi e gli ho detto: “Eccoti 70 euro; salvalo a nome mio”. Mi ha ringraziato: “Ti ringrazio di cuore; avevo cinque agnelli; da domani ne avrò sei”. Gli ho chiesto: “Potrò venire a visitare il tuo terreno la prossima estate in agosto?” “Sei sempre il benvenuto; mi piacerebbe che tu potessi venire già sabato prossimo; sarai sempre il benvenuto; ti aspetto presto.”
“Gente giusta e saggia…”
“Si, profondamente umana; rivolgendomi ancora all’uomo del terreno ho detto: “noto nei tuoi occhi un certo ottimismo riguardo l’espansione in futuro dei vegetariani”. Mi ha risposto: “Si, noi siamo molto ottimisti! Pensa, in Germania gli animalisti, che sono numerosissimi, stanno acquistando boschi interi per poi portarci gli animali salvati!” Gli ho detto: “Vai  a vedere Phobos di Emiliano Dentice rimarrai affascinato. Lui è veramente un grande; una persona dotata di una cultura superiore e di rara sensibilità”. Mi ha risposto: “Ne ho sentito parlare da tanti. Lo farò”
Ho sorriso e gli ho detto: “ Caro Gregorio non si lasci influenzare dalle apparenze. Sapesse quanta gente pensa che sono un bastardo”
“I cacciatori e i nazisti lo pensano…”
“E le mie ex…tutte!” gli ho risposto ridendo
“Emiliano…io ho veramente assorbito Phobos…lo sa? E se le dicessi che non condivido la sua linea di pensiero, sarei il più grande ipocrita di questa terra. Ma siccome non sono ipocrita, dichiaro di condividere le sue riflessioni sulla nostra specie. Tempo fa litigai con alcuni farisei della mia parrocchia e  me ne andai definitivamente sbattendo la porta. Oggi sono un semplicissimo fedele che il sabato sera, oppure la domenica sera, va nel centro storico, si ferma in una chiesa qualsiasi, entra, ascolta la Messa ed esce. Nulla più. Nella mia Parrocchia non mi vedono dal 1991 e non mi vedranno mai più. Ed è per questo motivo che sto aspettando con grande trepidazione la nascita di un movimento in difesa degli animali e della terra.”
“Speriamo che sorga presto.”
“Lei si chiederà cosa c’entri uno come me con il cattolicesimo ufficiale? Le rispondo così: credo che ognuno di noi debba avere opinioni personali, disgiunte da correnti, fazioni, Guelfi, Ghibellini, cattolici, cristiani, ortodossi, avventisti. Io ho le mie idee. E questo è forse un limite che ho constatato sabato sera a Largo Goldoni; a seconda delle mie affermazioni mi identificavano all’interno di una corrente di pensiero.
Il pensiero è il mio!”
“Ma sa quanto sarebbe importante la nascita di un movimento animalista – anzi biocentrista – nel mondo cattolico? Sarebbe importantissimo!”
“Si…lo penso anch’io. Però è un’impresa dura. Nel memorabile cartoon “Vip, mio fratello superuomo” di Bruno Bozzetto, uno scienziato, pressato dalla spietata padrona di una multinazionale, individua nel cervello delle persone il luogo più appropriato dove inserire il sensore pubblicitario brevettato dalla cinica donna, motivando la scelta così:“ a parte qualche ragnatela, l’interno del cervello degli uomini è completamente vuoto, privo di qualsiasi caratterizzazione personale, per cui il sensore troverà facile ospitalità al suo interno…”. Se mi presentassi in un mattatoio con Ruini, e assistessimo insieme al martirio di cento maiali, io affermerei “è un reato contro Dio”. E se Ruini mi rispondesse “no, non è reato, è giusto quello che stanno facendo!” Io gli replicherei “ la sua opinione mi entra da un orecchio ed esce dall’altro””.
“Ma che hanno a che fare Ruini e il cattolicesimo dogmatico con gente come lei? Il mio amico mi ha raccontato  che la Passion inglese illustra a meraviglia la macelleria del Tempio. C’è dell’animalismo nel dramma che si concluderà domenica. Dura tre ore e scava nel vangelo e in quel momento storico particolare. E il testo è comprensivo verso gli ebrei non è come The Passion; Gibson è un macellaio!”
“Che ignobile orrore il macello nel Tempio di Dio!” Ha esclamato.
“Ora devo andare, caro Gregorio,  la ringrazio per le parole che ha detto nei miei confronti.
Sono totalmente immeritate. Le do il mio numero di telefono; mi chiami domani tra le 10,00 e le 10,30.
Voglio offrirle una parte.”
“Veramente? E che parte?” Mi ha chiesto meravigliato
“Giordano Bruno. La vuol fare? Assomiglia in un maniera incredibile ai ritratti che ho visto del nolano…”
Ha sbarrato gli occhi: “Veramente? E me lo chiede? Certo! Ma che fa Giordano Bruno a Praga?”
“Ciancia con Rodolfo II…”
“Affascinante! E’ serio? Ma Rodolfo non era matto?”
“Assolutamente no! Era un po’ strano…come Lynch! ” Ho risposto ridendo.

BRANO DA “PHOBOS”

21 grammi

Il 28 di marzo ero al Don Giovanni,  un ristorante italiano di Praga, mangiavo gnocchi al pesto mentre Isidora, parlando sommessamente, sbocconcellava la sua insalata: “L’anima è ciò che fa vivere le cose. Un tempo la Psiche era l’anima. Ma ora il mondo moderno pensa che l’anima è la mente. Ma l’anima non è la mente, bensì ciò che fa vivere tutti i senzienti incluse le piante. Voglio dirti una cosa: se tu paragoni un corpo, prima della morte a dopo la morte, noterai che non ha un peso differente…”
“Dicevano che ci fossero 21 grammi di differenza…” ho contestato dubbioso.
“No…il peso è lo stesso” Ha ribadito Isidora.
“E questo proverebbe cosa?” Ho chiesto
“Che qualcosa ha lasciato il corpo”
“E cosa ha lasciato il corpo?”
“Qualcosa di immateriale lo ha lasciato.”
“Ma che argomento bizzarro è questo? Se nulla lascia il corpo significa che non c’è alito divino nel corpo, un’idea del genere non può essere valida per atei o credenti…”
Non mi ha risposto e ha ripreso il filo del suo ragionamento:  “Tutto il cosmo è animato: i Platonici credevano nell’anima del mondo”
“Sai che dice Hume riguardo l’anima del mondo? Che l’idea è una forma di antropomorfismo e che la nozione che corpo e mente devono sempre accompagnarsi è roba da esperienza volgare. E che pensare qualcosa che riguarda il divino sulle basi delle nostre conoscenze umane è profondamente errato.
Pensare che ci sia un’anima del mondo è come basarsi sui nostri pregiudizi antropomorfici per capire il mistero…”
“Si la solita roba. come Descartes…” ha osservato Isidora
“Va bene….Descartes andava fucilato in un cortile per quello che ha detto sugli animali, ma i francesi lo adorano…”
“Fu lui che rubò l’anima alla natura…”
“Beh…questo è falso: fu il monoteismo che lo fece. Il monoteismo giudaico – cristiano-  islamico ha massacrato la natura. Però io alla storia dell’agente esterno che fa crescere le cose non credo.
Una pianta cresce perché ha in sé la potenzialità di farlo. E quello che è valido per le piante è valido per l’universo. Pensare in termini di crescita a causa dell’intervento di un’entità esterna non mi pare corretto.
L’idea aristotelica che da una ghianda cresce una quercia per l’impulso della sua anima interiore mi sembra roba vetusta e primitiva: anticaglia coperta di polvere….”
“La parte conscia dell’uomo è parte di un sistema psichico più grande. E l’anima non è nel corpo ma è il corpo che è nell’anima. Insomma l’idea platonica del corpo prigione dell’anima è errata. L’anima è l’estensione infinita che tutto contiene. E il  corpo è solo uno strumento dell’anima. L’anima è un palazzo con un numero infinito di camere. E Gesù, giustamente, ha detto che il Regno dei Cieli è gia qui. E’ nel nostro cuore.” E Isidora ha indicato il suo cuore.
“Lo dicono in tanti ma poi…” Ho sospirato e ho ingoiato uno gnocco sugoso.
“Sai cosa è il dramma della modernità? L’avere immaginato che l’anima è dentro al cervello.
Facendo così abbiamo mummificato l’anima. E la scienza ha fatto il resto castrando il mondo spirituale.
Insomma non c’è più un’anima che tutto comprende ma un’anima imprigionata nei meccanismi del corpo.
Ma tu non credi in queste cose e quindi è inutile parlarne. E poi non credi neanche alla telepatia.”
“No…credo che ci sia qualcosa che ci lega e che la parte del cervello che non è attiva, se attivata in futuro,  potrebbe sconvolgere il mondo come lo vediamo.”
“Ma tu non credi nell’anima…”
“Credo che l’anima sia la coscienza”
“Ecco il punto…”
“Ti spiego quello che penso: penso che la nostra specie si è evoluta sulle altre ed evolvendosi si è creato un “abisso di essenza” – come dice Heidegger – tra lei e il resto dei senzienti, e a quel punto la nostra specie si è messa in testa di avere un’anima immortale. Ha scambiato l’evoluzione coscienziale con un’entità immortale. Ha scambiato il suo “pensare” come se fosse opera di un’entità esterna, fuori dal suo corpo, o prigioniera del suo corpo o contenente il suo corpo. La verità penso sia questa: noi siamo particelle elementari che sussistono in un corpuscolo infinitesimale perso ai limiti di una galassia che è una delle 125 milioni di galassie. E la nostra galassia, la Via Lattea, contiene 100 miliardi di stelle. E se la Via Lattea  contiene 100 miliardi di stelle, immaginate quante stelle e pianeti ci saranno nell’universo. Ebbene, queste galassie dopo l’esplosione primordiale, dopo la singolarità primiera del big bang sono proiettate verso la notte infinita. Sono lanciate verso qualcosa che non capiamo. E la terra è come una pallina di vetro in uno stadio di calcio. E di questi stadi ce ne sono 125 milioni e sono tutti protesi verso la notte infinita; e in questi 125 milioni di stadi ci saranno, sicuramente, palline di vetro, come la nostra, che, per pura casualità,  sono situate, con precisione millimetrica, presso una stella che col suo calore equilibrato fa generare la vita. E contaci: su queste palline di vetro, ovunque si è sviluppata la coscienza, una specie è prevalsa sulle altre e ha imposto la sua Weltanshauung teologico-filosofica . E ogni volta lo ha fatto riferendosi a un Dio invisibile che gli ha dato sempre ragione e le ha concesso il dominio spietato sulle altre specie. E col tempo questa specie dominante  ha pensato che la sua coscienza egotica, il suo “cogito” cartesiano, fosse qualcosa d’immenso che contenesse tutto. Ovunque c’è una mente ci sarà stata un’evoluzione di questo tipo. E questa evoluzione quando ha raggiunto uno stadio molto più alto del nostro ha scoperto la compassione verso gli altri senzienti, che, de facto, è come una malattia per la selvaggia brutalità della vita. E’ qualcosa che quando si manifesta va contro il senso della spietatezza darwiniana della vita. E il cristianesimo originale in un senso ne è la prova. E’ stato come un fiore che è cresciuto tra la spietatezza pagana. Immaginate la Weltanshauung di Pilato e paragonatela a quella di Gesù. Il messaggio del Cristo è come un fiore che trascende la brutalità di Jahvè. E che la trasforma evolvendo. Sfortunatamente la sua compassione si è limitata a una sola specie. Ma io non riesco a immaginare che tra mille anni esistano ancora i negozi di macellai, né che esistano religioni, come quelle monoteiste, basate su credi infantili. Né che sussista la fede in un aldilà, che è totale presunzione. Pura ybris. Al massimo resterà un buddismo scientifico privo di dei e nirvana…”

BRANO DA “L’ASSASSINO CHERUBINO”

Quello che Bosh dipingeva

E Bosch? Perché Bosch?
Stesso discorso, l’uomo delle Brigate Verdi aveva scelto immagini che evidenziavano il suo disprezzo per la specie trionfante. Basta ricordare i volti che circondano il Redentore nel “Cristo portacroce” di Gand, o quelli del “Cristo davanti a Pilato” di Princeton e di Rotterdam, o quelli del “Bacio di Giuda” di San Diego o i quattro volti dell’“Incoronazione di spine” di Londra.
Nel Cristo di Gand un orrore tenebroso, fatto carne lievita intorno alla mitezza di Gesù, tutto l’obbrobrio umano è presente nelle sue forme pestilenziali, tutti i vizi, tutta la mostruosità del quotidiano si manifesta intorno alla croce del Cristo. Qui abbiamo un pittore che descrive l’abiezione umana come nessun altro, che la dipinge fantasticamente e realisticamente, che imperversa sulla nostra bassezza e che dice: ecco l’umanità che strazia il giusto, ecco la specie delirante che nella sua abietta razionalità distrugge il mondo e massacra l’agnello di Dio. Che annienta l’umile, l’indifeso, l’ultimo. A questo proposito cercando di interpretare le intenzioni dei brigatisti rilessi un’introduzione a Geronimo Bosch in forma di racconto di Dino Buzzati che mi aveva profondamente impressionato. E’intitolata: Il Maestro del Giudizio Universale; e più di un’introduzione è un racconto.
Cercherò di sintetizzarlo. Buzzati visita Hertogenbosch, la città di Bosch. Qualcuno gli indica di visitare un vecchio chiamato van Teller per avere notizie importanti sul pittore. Il vecchio olandese è considerato un pazzo e vive isolato in una vecchia casa fiamminga molto caratteristica. Buzzati lo trova in un giardino e scopre che l’uomo assomiglia stranamente al pittore  come appare nell’Incoronazione di Spine di Madrid; dopo qualche iniziale esitazione van Teller comincia a conversare in tedesco con lo scrittore.
La parte interessante della storia è questa, van Teller dice: gli interpreti di Bosch ci hanno scassato le palle  con le loro analisi assurde, con i loro stupidissimi riferimenti a Sant’Agostino, alla dannazione eterna, all’eresie, a Lutero, alla psicanalisi, alle registrazioni individuali dei mostri, all’esoterismo negromantico, al manicheismo e alla immancabile robetta della omosessualità repressa… e invece è tutto così semplice, Bosch era un pittore realista: quello che vedeva dipingeva. Bosch dipingeva la realtà nuda e cruda come la vedeva, altro che menate su incubi, magia nera, fantasie, fantasmagorie… mi capisce?
Buzzati risponde: lei ovviamente allude a una realtà fantastica, a una realtà trasposta? Allude a sogni, alle paure, ai rimorsi? E continua: buon uomo, non mi dirà che gnomi, rettili umani, utensili trasformati in membra, girassero nel secolo di Hieronymus per le strade di Olanda?
Ma certamente che giravano per le nostre strade – mormora il vecchio meravigliato – e tuttora girano. Vede, straniero, quelle devote mammine che spingono i loro piccoli in carrozzella? Ebbene, quelle sublimi casalinghe non sono altro che laidi uccelli, lucertole stracolme di odio, vesciche infami con gambe di ragno. E aggiunge: la mia persecuzione in questa città è iniziata da quando ho pubblicato un libro con questa teoria. Van Teller aveva una “vista” particolare, una specie di “shining” che gli permetteva di vedere gli esseri umani nella loro forma originale imbevuta di malevolenza e mostruosità. Ricordava il ministro presbiteriano scozzese Robert Kirk che scrisse “Il Regno segreto” dei fairies: il popolo invisibile nascosto. Secondo il ministro, alcuni uomini avevano il dono peculiare di una “seconda vista”, che gli dava la possibilità di vedere anche nei pulviscoli dell’aria fate, coboldi, gnomi. Van Taller aveva una seconda vista “sui generis”, vedeva, come Bosch, gli uomini nella loro forma originaria. Quando qualcuno contempla nei quadri di Bosch tutte quelle mostruosità composte di teste barbute con solo gambe, cavalieri con muso da cinghiale e con gufi sul capo, teste mostruose con zampe, demoni – volpe, demoni – pesce, tutte le miriadi di creature che compongono i trittici, deve pensare che il pittore fiammingo, secondo van Teller, le vedeva veramente. Quelle creature non erano un prodotto dell’immaginazione del pittore, ma la forma autentica dell’anima depravata, corrotta che è occultata dall’apparenza del corpo.

BRANO DA “L’ASSASSINO CHERUBICO”

Caraco e il breviario del caos

Caro Federico,

Stalker mi ha impressionato moltissimo. Ritengo Tarkovskji tra i cinque più grandi registi che siano esistiti. L’idea è stupenda, se ben ho capito, a causa di un’esplosione in un complesso nucleare in una landa desolata, che ricorda la Siberia, avviene un sovvertimento delle leggi di causalità, che produce una zona ove tempo e spazio sono stravolti; in quel luogo si manifesta il miracoloso: l’Altro.
Lei, una volta, mi disse che nelle Badlands provò qualcosa di simile, anche se differente. Mi parlò d’un sovrumano silenzio, di qualcosa di inaudito, di un luogo ove il Sacro era tangibile. Lo “Stalker” è l’uomo dal volto sofferente, che ha abbandonato il mondo per quel luogo mistico, arcano; è colui che conosce la via, che sa orientarsi, come una guida dei morti nell’Ade. Come un Hermes psicopompo sa attraversare l’insidiosissima zona che può distruggere o guarire. La zona è un luogo ove ciò che è Oltre, e forse non è assolutamente oltre, si manifesta. L’altra guida che ha provato il miracoloso e si è arricchita attraverso il peculiare contatto, si è suicidata. Arricchirsi sul Sacro è devastante. Gli angeli, o chi per loro, non perdonano.
Ho sentito dire che Tarkovskji l’ha fortemente influenzata a scrivere un libro sull’Italia Misteriosa. Tokara mi ha raccontato che quando lei vide, nel film del russo “Nostalgia”, le scene dei ruderi, dello scheletro della chiesa di San Galgano e la piscina medioevale di Bagno Vignoni immersa nella nebbia, decise di scrivere un libro sui luoghi misteriosi. Sto leggendo, oltre ai Fratelli Karamazov, quello che lei considera l’ultimo grande profeta ebreo: Albert Caraco. Il suo libro “Breviario del Caos” potrebbe essere la Bibbia dei terroristi dell'”Esercito delle 12 Scimmie”. Dopo aver letto questo scrittore viene voglia di annientare, almeno parzialmente, il mondo.
“Con cento milioni di esseri umani la Terra diventerebbe il paradiso; con i miliardi che la divorano e la insozzano sarà l’inferno da un polo all’altro, la prigione della specie, la stanza della tortura universale e la cloaca gremita di folli mistici che campano del loro lerciume. La massa è il peccato dell’ordine, è il sottoprodotto della morale e della fede, basta questo per condannare l’ordine, la morale e la fede giacché non servono che a moltiplicare gli uomini e a tramutarli in insetti”.
E ancora: “Gli uomini si sono diffusi nell’universo come una lebbra, e più si moltiplicano e più lo snaturano, essi credono di servire i propri dèi diventando più numerosi, i bottegai e i preti approvano la loro fecondità, gli uni perché questa li arricchisce, gli altri, invece, li accredita.”
Ho letto anche con grande attenzione il dialogo tra Alioscia e Ivan sul Male del mondo. “Io credo che il Diavolo non esiste e quindi è stato creato dall’uomo a sua immagine e somiglianza” dice Ivan, quando parla delle torture che i turchi infliggono ai bambini. Quando parla del “mugik” che batte il cavallo ho pensato alle sue ossessioni. Quando narra delle torture inflitte a una piccola rinchiusa in un “lercio stambugio” ho pensato a Caraco. Forse ha ragione, bisognerebbe distruggere il mondo.
Le ho inviato uno studio, in inglese, su quattro Maestri Zen: Bankei, Soen, Ikkyu e P’ang Yun, lo legga con attenzione. Le ho anche incluso un mio articolo sulla deturpazione e contaminazione consumistica degli angeli, seguendo una sua vecchia idea. Gli americani, come mi diceva, stanno imperversando sulle schiere angeliche. Le banalizzeranno e le svuoteranno di qualsiasi energia e della loro forza vitale originale. Stanno mettendo in cantiere, a ripetizione, dei film sugli angeli. Ultimi: la Città degli Angeli e Meet Joe Black, dopo aver imperversato con gli orrendi film di Warren Beatty, Travolta e compagnia.
Stanno demolendo l’iperuranio dopo aver affogato il mondo in un mare di perversa banalità. Pisciano sull’Ultramondo dopo aver defecato il loro vuoto abissale su questa povera terra.
E a proposito di angeli e di diavoli mi è piaciuto moltissimo il Satana di Dostoevskij con la sua brizzolatura, la giacca color cannella un po’ logora, un po’ fuori moda, la biancheria un po’ sporca e la sciarpa lisa. “Daccapo sdruccioli nella filosofia?” domanda a Ivan.
E’ mai stato visitato dal Diavolo, Federico?
Me lo immagino un Mefistofele travestito da cacciatore che conversa con lei…
Non se la prenda, mediti… e rinunci a cacciare, è una contraddizione.

Yutaka

BRANO DA “LA GUERRA CONTRO GLI DEI”

Ceronetti e l’Apostata

Giorni fa avevo riletto un altro dei grandi stranieri sulla terra: Ceronetti.
Rinchiuso nel mio silenzio ho divorato La lanterna del filosofo. Ho sempre amato le traduzioni bibliche di Ceronetti, e l’ho sempre seguito, in special modo, quando attacca la modernità utilizzando una prosa che è simile alla lama tagliente di un samurai allevato da monaci Zen. Il capitolo Salmo 8 genesi 9 –scavi è un capolavoro di sintesi nella descrizione del male che certi brani biblici hanno avvalorato. C’è una parte del capitolo dove il vecchio eremita parla di due sacerdoti: Maillot e Lelièvre che – in uno stato di esaltazione orgasmica per avere scoperto il significato recondito del salmo 8 – che dà potestà all’uomo sul mondo e i suoi abitanti (umani e non umani) – affermano che Israele dissacrando l’universo (così dicono: dissacrando l’universo) e ponendolo senza esitazione alcuna nelle mani dell’uomo ha dato impulso alla parte migliore dell’umano, e perciò ha reso sacrosanta l’alleanza tra cristiani e tecnica scientifica che – secondo i baldi prelati -deve proseguire verso la dritta strada (che per Ceronetti è quella della distruzione del pianeta).
E la sicumera dei due preti conferma la ferma posizione dei gesuiti riguardo la mancanza di anima nelle bestie. L’anima ce l’abbiamo solo noi e non loro- ci spiegano i santi padri – quasi fosse una verità scientifica inconfutabile : ipse dixit, punto e a capo. Incassa e porta a casa.
Ceronetti afferma che l’uomo è il distruttore dell’universo sia sacro o non sacro; e dice: se una religione ha dissacrato l’universo meglio che non fosse mai nata. Un’intuizione perfetta. Quando discende nel suo tono oracolare Ceronetti è grande e ricorda un profeta capovolto. Dice che noi divoratori di altri esseri viventi, noi necrofagi siamo “eterni morenti, un gineceo di larve, una cena illuminata di morti masticanti fuori dai tumuli, sempre in agguato di un filo di sangue da far gorgogliare nella gola brutalmente squarciata dalla fame”. Siamo come malati di leucemia, ai confini del pallore, nutriti di carne, immagine di una civiltà cruorifaga. Agonizzanti in cerca di vita che leccano con le lunghe lingue i rigagnoli dei mattatoi e delle smorte cucine degli ospedali ove scorre il sangue innocente delle bestie.
Ceronetti definisce gli uomini lo spavento della natura che ha trasformato il mondo in un grande letamaio e li descrive citando il salmo 59 che li definisce con le arcane parole che sembrano indirizzate vagamente ai  licantropi:

Eccoli la schiuma alla bocca
Tra le labbra coltelli
Chi li può udire?

Sempre nello stesso capitolo scrive quello che io penso da una vita: i bambini, nella stragrande maggioranza dei casi, aborrono la carne che sono obbligati a mangiare per far piacere ai genitori. La mangiano perché gli viene imposta. Ceronetti spiega che “un piccolo senza tare carmiche detesta la carne.” Senza tare carmiche, dice, perché il male è spesso presente, anche, nel cuore dei bambini e, a questo proposito, cita Genesi 8,21:  “Perché il cuore dell’uomo, fin dalla sua infanzia, ha per scopo il male”. Il suo scopo è sempre “rà” ovvero il male, infatti, solo una creatura malvagia può distruggere il suo habitat e comportarsi verso le altre specie come il nazista dell’orbe terracqueo. Quello che mi ha fatto riflettere è quando lo scrittore afferma – in difesa di YHWH – che quando il Dio biblico ingiunse di sformicolare – così traduce –, di procreare a dismisura, fu perché si rivolgeva ai superstiti del diluvio universale, ai Noaichidi, e non ai formicolanti Europei o Sudamericani odierni che indulgono nel moltiplicarsi. Questa ingiunzione fu diretta ai discendenti di Noè dopo che la stirpe umana fu quasi totalmente cancellata  e la terra divenne un luogo desolato e coperto dalle acque. E spiega che in 933 anni Adamo generò solo tre figli. Un figlio ogni 300 anni. E se tutti avessero seguito l’esempio di padre Adamo avremmo una terra ricca di uccelli, di bestie, di pesci e di alberi, e invece abbiamo riempito il pianeta di “costipati orrori” che producono “incessante terrore”. E tra poco – come dice Stephen Hawking, che se ne intende, bisognerà lasciare il pianeta  che è diventato un luogo pericoloso o affonderemo, con il nostro vascello specista ricolmo di iniquità e indicibili orrori, nelle acque nerastre del Nulla. Ceronetti in una nota del piccolo volume ricorda il “saggio” imperatore Giuliano l’Apostata, il nemico dei cristiani, che per purificarsi dall’onta del battesimo e ritornare alla religione dei padri si lavava nel sangue di un toro scannato.
Spesso immagino il sangue del taurobilio che discende, simile a una cascata purpurea, sul corpo nudo di quello che è considerato tra i più umani e compassionevoli imperatori romani.
E provo orrore.  Provo indicibile disgusto.

BRANO DA “L’ASSASSINO CHERUBICO”

Francis Bacon e la bistecca nel piatto

Infine perché Bacon?
Devo dire, esimio lettore, che ogni volta che ho studiato la pala con la crocifissione di Grünewald, le immagini di Bacon mi sono rimbalzate nel cranio come palle di tennis impazzite. Forse un’arcana sincronia. Nella disperata finitezza di Grünewald vedo un assoluto abbandono, l’orrore della totale mancanza, sento l’odore dolciastro del Nulla. Nei volti del pittore vedo l’angoscia, davanti al terribile silenzio di Dio. L’orrore che raccoglie esseri e cose preservandoli contro uno sfondo nero. Nel nulla di quell’oscuro palcoscenico si agitano, contorcendosi terribili marionette. E tra le contorsioni di quei corpi di cera, o sale, pende l’Essere finito, dal legno della croce.  Nell’arte di Francis Bacon, che rivela le fondamenta del Nulla, vedo la versione moderna e secolare della finitezza e del vuoto, oltre Grünewald oltre il suo tempo. Vedo l’interpretazione moderna di ciò che Grünewald aveva intuito. Si vede, secondo il mio umile parere, nella creatura composita, nella parte centrale del trittico, qualcosa che indica un essere martoriato, un corpo sventrato di bestia. Carne da macello cresciuta da un torso umano con braccia legate. Una totalità straziata di uomo – animale – pianta – cosa. Come se l’essere martoriato, e in questo caso, non appeso a una croce, fosse qualcosa che raccogliesse nel suo orrore le lacerazioni di tutti gli esseri viventi, nella loro molteplicità, in un unico corpo. Davanti alle figure di Bacon ho sempre provato un forte capogiro, come se mi mancassero le fondamenta, come se fossi esposto da un dirupo, come se oscillassi su un abisso. Come se qualcuno mi rivelasse l’essenziale, recondita natura della mia umanità. Non un pozzo di scorie che occultano e ostruiscono una limpida luce. Non la luce iperfisica della natura del Buddha, presente – secondo i saggi orientali – in tutte le cose; ma un pozzo ostruito nell’orrore di una finitezza gratuita e insignificante. Un essere senza luce occultata, fatto essenzialmente di scorie e macerie. Una creatura oscillante nello sfondo tenebroso del Nulla. Il macello nella precarietà. Ricordo un’intervista che lessi molti anni fa. Un critico d’arte chiese al pittore irlandese: “Perché tanta violenza nei suoi quadri?” Bacon rispose: “Guardi la bistecca nel suo piatto!” L’uomo intriso di quotidiana normalità, nella mostruosa ovvietà dell’ogni – giorno, non intuisce l’orrore banale del mondo, non vede il massacro degli ultimi, il terzo mondo affamato, i piccoli mutilati nel Burundi, i macelli, i canili, i luoghi infami della vivisezione, i commerci immondi dell’ecomafia, il traffico degli schiavi. E Bacon sembra dire nei suoi ritratti: ecco chi siete, natura incerta, piegata, piagata, contorta, senza fondamenta, intrisa di malevolenza ideologica (come la figura nella parte destra del trittico). Natura sfuggevole, non definibile, uno sgorbio che nulla ha di apollineo o di ellenico. Non eleganti centauri e splendidi Lepidi che si massacrano nella serenità, ma esseri sgraziati, deformi (sia in Grünewald, che in Bacon, che in Bosch) che si manifestano nella loro disperata, precaria, finitezza. Niente di aulico o grandioso, ma scomposto agitarsi di corpi in un pulviscolo abbandonato negli spazi siderali, nel vuoto del silenzio di Dio, nel grembo di un incomprensibile mistero. E senza radici, senza alcuna fondamenta. Non Cristi rinascimentali ed efebici, eleganti e assenti nella morte straziante, ma obbrobri appesi a croci o rivoltati su tavole, espressioni del sommo scandalo e dell’eterno abbandono.
Così anche questo essere composito e macellato chiede, nel crollo della sua speranza: “Ubi eras, Jhesu bone, ubi eras?” e la risposta giunge perentoria e terribile: “Da nessuna parte, fratello, da nessuna parte… solo nelle immaginazioni malate e polverose di preti…”
Lo stoicismo richiesto dai pittori – forse inconsciamente – è contemplare la mancanza di fondamenta e la perfetta e gratuita precarietà.

BRANO DA “LA GUERRA CONTRO GLI DEI”

Il porcello di Oreste

La mia professoressa, devota di Maria Goretti e Padre Pio leggeva tremebonda la descrizione del massacro. In Omero tutto è nobile, sereno, simile agli dei, superbo, divino… tutto meno Tersite, che forse è l’unico che vede le cose con chiarezza. Quando sentii la professoressa declamare il massacro, mi sentii male. Pensai: ecco le basi dell’Occidente che erige monumenti ai massacratori. Nel mondo greco tutto è olocausto. Ogni momento è buono per immolare l’innocenza indifesa. Omero scrive 600 anni prima dei fatti di Troia – forse l’ottavo secolo avanti Cristo – nel sesto secolo dopo Cristo, duecento anni dopo, nasce il Jainismo, la dottrina della non violenza spirituale. La belva umana che Edward Wilson definisce il “killer planetario” – perché la sua venuta ha prodotto e produce catastrofiche estinzioni tra le altre specie – trova un briciolo di compassione nel suo cupo cuore. La volontà cieca shopenaueriana si placa in una momentanea noluntas. Ma il macello riprenderà attraverso i secoli con spaventosa regolarità.
Un simbolo della bestia innocente massacrata?
Il bufalo di “Apocaypse Now” troncato a metà dalle asce e dai machete dei Montagnardi, nel Vietnam di Coppola. Lo vendicheranno i prussiani di Oriente: i Vietnamiti. Il bufalo è lì sereno nel centro dell’orrore e attende la terribile morte. I selvaggi Montagnardi danzano prima dell’oscena immolazione. Lui è calmo, non sa che tra alcuni istanti lo troncheranno in due parti.
Achille è il simbolo della sopraffazione eretta a forma divina. La principessa austriaca Sissi, che tante mamme italiche ha fatto piangere, adora il Pelide. La borghesia vaneggia per il massacratore, ma é divisa in due fazioni: una è per Ettore, l’altra per Achille.
“Perché Achille uccide anche i cani, signora?” Chiesi un giorno, un giorno, alla mia professoressa.
“Ehhh…- rispose la pia donna – tu stai a pensare sempre alle bestie!”
Le si inumidiva la vulva quando pensava al Pelide Achille e poi la sera si dissolveva tremebonda e casta nella luce iperuranica dei suoi santi: Ah Madame…l’ambiguità del paganesimo cattolico!
L’altro giorno a Balì è morta la principessa Tjokorda Istri Muter di Ubud. Aveva 94 anni, per lei hanno sacrificato 600 bestiole. Quanto orrore hanno richiesto queste oscene, sanguinose deità. Aveva ragione il Kurtz di “Cuore di Tenebra” quando morendo sussurrava: “ah l’orrore… l’orrore!” Si: l’indicibile orrore! Ricordo la mia professoressa, che aveva una notevole peluria sul labbro, che divenne in tarda età un lussureggiante baffo staliniano, leggere fremente le Eumenidi, la parte finale dell’Oresteia. Dopo il grande macello, che inizia con Tieste, dei pargoli divorati come fossero spezzatino; di Ifigenia scannata, per placare le capricciose deità, come fosse una povera pecora; di Agamennone intrappolato con un peplo e macellato nel bagno con una bipenne come fosse un vitello; di Egisto pugnalato e di Clitemnestra trafitta; Oreste, inseguito dalle furie, arriva supplice ad Atene, seguendo le indicazioni del Lossia, Febo Apollo, che ha spiegato alle Eumenidi che la colpa del matricidio è stata lavata dal sangue innocente di un porcello. Quando la professoressa leggeva queste parole rimanevo perplesso: quel grande fiume di sangue lavato dal sacrificio di una povera bestia innocente? Da un porcello massacrato? Ma come? – mi dicevo – da Pelope a Ippodamia, da Tieste ad Atreo, dal massacro dei due omosessuali Laio e Crisippo, giù fino ad Agamennone e a Menelao, attraverso incesti, da Pelopia violentata a Ifigenia trascinata al macello con l’inganno, attraverso scannamenti e innominabili turpitudini, giungiamo all’apice della piramide dell’orrore con Oreste che pugnala la madre omicida e il sangue d’un disgraziato porcello lava la colpa tremenda accumulata nei tempi e sospesa su Micene come un miasma pestilenziale? Ma che logica è questa che per purificare l’orrore degli uomini sia sempre necessario immolare inermi bestie? E sono sempre le bestie più innocenti, quelle che si cibano d’erba a essere sbudellate dal bronzo crudele.

BRANO DA “IL FRAMMENTO IN SE’”

il Tao e il ratto morto

7 Febbraio 2002 – San Teodoro martire

Prima delle cose c’è il Tao, silenzioso, invisibile, tutto contenente, immutabile, tutto pervadente.
La realtà ultima dell’Universo, la “prefazione” di Dio l’hanno chiamato. Il mistero oltre ogni mistero. Tutto ciò che è, origina dal Tao. Tutte le cose dei reami visibili e invisibili derivano dal Tao. Il Tao è ad un dito dal nostro naso, ma è ugualmente incomprensibile per la nostra mente dominata dal concetto di spazio – tempo. Se comprendi il Tao, allora comprendi la natura delle miriadi di cose dei reami fisici e metafisici. Il Tao e ciò che da lui origina sono identici e non sono separabili. Non c’è un regno essenzialmente vuoto, dietro le miriadi di cose. Ciò che è vuoto e ciò che non appare vuoto sono un’identica cosa. L’identità di ciò che è e ciò che non è può essere intuita, ma solo quando il mondo del disordinato pensare e del rumore è trasceso e abbandonato. Se si risolve il paradosso dell’identità delle cose, allora s’intuisce l’essenza del loro mistero. L’intuizione di ciò che “Non Ha Nome” giunse a Lao Tzu ma senza forzature meditative.
Lao Tzu non consiglia sistemi meditativi per trascendere il letale dualismo degli uomini.

L’ultima volta che passeggiavo lungo la via che da St.Aidan’s Winery conduce verso la Causeway
ho visto un ratto morto. Se ne stava lì, sotto la pioggia, paffuto e addormentato, gettato in un angolo di una casa, con le sue zampine levate verso il cielo vuoto. L’ho osservato con attenzione e ho pensato al Tao di Lao Tzu. Questo ratto è parte del Tao? Mi sono chiesto. Certo risponderebbero i saggi. Il Tao contiene tutto, anche quest’universo che contiene il ratto.
Ma il ratto, l’agnello al macello, il bue squartato dal macellaio di Chuang Tzu che sanno del Tao?
Cosa sanno le miriadi di cose del Tao? Ritornano in lui? Ne siamo sicuri? O non tornano e finisce tutto lì, a tarallucci e vino, sotto il colpo di scure? E serve la mia compassione a questo povero essere così brutalmente massacrato? A che serve il mio inchino profondo davanti alla sua morte?
Ti ci fai le seghe con la compassione quando sei morto ammazzato da un bruto. Qualcuno ti accoppa a martellate e una santa donna ti piange, ma che cambia quando sei sprofondato nel nulla? Ma si sprofonda nel nulla o nel Tao? E qual è la differenza?

E pensavo alla Gettatezza di Heidegger: la Geworfenheit.
Heidegger dice che il Dasein è gettato nel mondo. Gli essenti tutti sono gettati nel mondo.
Dice gettati nel mare del caso che determina specie, forma, casa, paese, genitori. Irene ha certi genitori, io altri, mentre Tyson non li ha e per questo – dicono – che dia di fuori e morda le gambe e le orecchie della gente. Il nostro mondo – dice il buon Martino – è determinato dal caso: la nostra religione, la nostra famiglia, tutto è definito dal Caso. Per gli essenti il corpo è determinato dal Caso. Il corpo determina, nella Gettatezza, il nostro destino. Una cosa è essere una troietta con due bocce da sballo, un’altra essere una gobba assatanata di sesso evitata dagli uomini. Il corpo è l’essere del topo. L’io di un topo (se così si può definire) è quel centro egotico costituito dalla struttura fisica del ratto determinata dal caso. Il centro egotico è il cuore delle componenti fisiche che lo determinano. Il cervello d’Orione non è quello di Einstein.
A ogni essente è dato il suo essere secondo il Caso. Se io costruisco un intelligentissimo robot con certe propensioni, creo le condizioni per una coscienza in un corpo metallico che trascende l’idea di qualcosa infuso o determinato da un Dio. Ma in che senso è il Tao rilevante per il ratto morto?

Richard Wilhelm sostiene che gli antichi cinesi credevano ci fosse in cielo uno Jahvé orientale,
con gli occhi a mandorla, abbigliato come l’Imperatore Giallo. Un Dio Monoteista che premiava o condannava gli uomini, attorniato da santi come il Re Wen. Ma davanti all’abisso della dissolutezza del divenire e della mancanza d’intervento divino, davanti all’orrore del mondo, alcuni saggi si ritrassero stupefatti. “Cazzate” pensarono “questo Dio che guarda verso il mondo con occhi compassionevoli, è un’invenzione d’accattoni disperati.”
Stesso processo intellettuale di Spinoza. Il filosofo Marano mina le fondamenta bibliche, rifiuta l’immortalità dell’anima e il Dio antropomorfico e si domanda: ma dov’è questo Dio che è sempre girato di spalle, voltato dall’altra parte, mentre avvengono i pogrom e i massacri?
E se lo sarà chiesto anche qualche altro ebreo dopo Auschwitz e Buchenwald come se lo chiese
Yossl Rakover. Timore e speranza sono emozioni indotte e manipolate per tenere prigioniero il gregge delle pecore, dice Spinoza, mentre lima le lenti. E’ il 1656 quando i vecchi babbioni della Sinagoga dell’Houtgracht non ne possono più con quest’impudente eresiarca e gli sparano contro una maledizione da sballo: “Che sia maledetto di giorno e maledetto di notte, maledetto quando si alza e quando si corica, quando entra e quando esce… La collera del Signore e la sua gelosia…si abbatteranno su quest’uomo…” Sempre: anche quando caga.

Un Dio galattico degli abissi infiniti geloso?

“Signora mia com’è caduta n’basso l’arte!” Mormora il gay felliniano, nell’Alambra Jovinelli, mentre contempla le sgangherate ballerine. Davanti all’abisso dell’ingiustizia fondamentale delle cose, la coscienza ferita cerca risposte differenti. Il Dio dell’amore e della comprensione è una visione naive, banale, che va trascesa, bisogna percorrere altri sentieri. Richard Wilhelm afferma che, nella visione di Lao Tzu, le cose sono come “cani di paglia”. La nuova visione del mondo decide che nella struttura dell’Essere non ci sono angeli vendicatori che attendono alla Porta dell’Oltre. I “cani di paglia” vengono agghindati, trattati gloriosamente durante le cerimonie, e poi scartati come mozziconi di sigarette o barattoli vuoti gettati nel fango; o come cani randagi o come vecchie bambole di ricche ed obese bambine. Questo è il rapporto tra le cose e la natura. Tra il ratto e l’Essere c’è lo stesso rapporto che passa tra una pulce d’Orione e il gatto Byron. Le cose hanno il loro momento di splendore sul palcoscenico del divenire e poi svaniscono, come il ratto di Holy Island, o come me, che sto tentando di uscire da questo gioco infernale. Il Tao è l’abbandono del concetto di un Dio monoteista per un Essere che tutto contiene, ma che è immanente nelle cose. Non un Essere che fa originare le cose dal nulla ed è “totalmente altro”, come il Dio di Kierkegaard, ma un Essere che fa nascere le cose, ed è lui stesso parte di ciò che scaturisce dal suo grembo.
Ma che frega al topo morto di tutto questo?
Il topo è stato un “cane di paglia”, una cosa inutile dal primo istante che si è manifestato sulla scena del divenire, come il neonato afgano morto di fame, come il cane vivisezionato o l’agnello squartato sull’altare di Jahvé. Io almeno un po’ ho danzato sul palcoscenico, ma loro sono stati massacrati senza momenti di gloria, senza altari e cerimonie; loro sono stati consegnati repentinamente al Nulla.
E che cosa significano gli essenti nella dinamica dei mondi e del Tao?
Nulla di nulla. E l’estatica esperienza del Tao nulla cambia; anche se i pensatori orientali affermano che la vita dopo la radicale intuizione del “Ground” primordiale non è più la stessa.
Sarà, ma come si consegue il Tao?
La risposta degli illuminati é: abbandonando la saggezza, scartando la moralità corrente, evitando la logica del profitto come una peste, vivendo nell’assoluta semplicità, liberandosi da forsennati desideri, evitando la proliferazione delle leggi che creano i criminali, praticando la frugalità, vivendo in armonia con la natura.
L’abbandono dello spirito della moralità corrente porta ad una visione del mondo compassionevole.
Anche Heidegger evita discorsi etici, ma il Dasein autentico è automaticamente un essere compassionevole.
Ci riflettevo: il mondo del divenire non è separato dal Tao.
Il Tao nel mondo fenomenico – dice Richard – lascia che i semi dell’esistenza potenziale si materializzino in cose. Il Tao è il suonatore di un magico flauto da dove emanano le cose.
E’ l’avo di tutte le cose create: è la radice del cielo e della terra. Tutte le cose che risiedono sotto la volta celeste evolvono da ciò che non esiste e ritornano in ciò che non esiste, perché nel Nulla primordiale hanno le loro radici. Il Tao non apparente, inconcepibile, è il vento che scuote le diecimila cose. Il Tao ricorda il concetto Heideggeriano dell’Essere – il “Sein” del mago Martino – che non è un ente, che non è il Nulla ma lascia essere tutti gli essenti. In un senso, l’immagine più vicina al “Sein” e al “Tao” è l’idea della luce che tutto avvolge. Per Heidegger l’Essere è ciò che, primordialmente, lascia le cose essere e non un Super Ente che contiene le cose. Non è un Dio, esterno allo spazio – tempo, quindi oltre gli essenti, che fa nascere l’Universo, ma è ciò che, non essendo un Super – Essere, non essendo un ente, lascia che le cose siano.

Un’invisibile luce originale?
Le immagini sono fuorvianti perché danno fisicità a ciò che non ha immagine; ma si…l’idea di una luce Originale e invisibile che lascia le cose essere, è un’idea che si avvicina al concetto dell’Essere Heideggeriano. Senza Essere gli esseri non possono esistere. Ma la nostra esperienza ci concede esseri che esistono attraverso l’Essere e non l’Essere che lascia gli esseri essere.  E per comprendere l’Essere è necessario misurarsi con il Nulla, che è l’assenza totale di esseri e cose, cioè: ciò che non essendo non contiene o lascia essere gli essenti.
Solo il Dasein è in grado di domandarsi cosa sia l’Essere, ci dice Heidegger.
L’unicità del Dasein – cioè degli esseri come me e non come il ratto – sta nel fatto che lui è il solo, nell’universo conosciuto, che può porre la questione fondamentale sull’Essere.  Il Dasein, l’essere umano, è un essere tra gli esseri che può interrogarsi riguardo l’Essere. Heidegger dice che il problema principale degli umani è l’aver sepolto sotto uno strato d’oblio questa domanda basilare per millenni. Aver sepolto nella dimenticanza la questione fondamentale dell’Essere ha prodotto il mondo che conosciamo pieno di angoscia e di terrore.

BRANO DA “IL FRAMMENTO IN SE’”

perché sono vegetariana?

16 Agosto 2001 – San Rocco confessore

Caro Zeno,
perché sono vegetariana? perché detesto mangiare carne?
Tutto è iniziato dalla nausea che ho cominciato a provare dopo anni di pranzi domenicali a base di cotolette e straccetti di vitella; la vitella è più tenera, si dice. Chili di carne venivano comprati con anticipo dalla zia presso il macellaio di fiducia: arrosto, fettine di vitella, vitellone, rosbeef, straccetti, salcicce, bistecche, petti di pollo…mi raccomando deve essere tenera la carne…diceva mia nonna dando ordini per telefono.
I pacchi sanguinolenti venivano scartati, catalogati, battuti e congelati. Un rituale macabro che si ripeteva tutte le settimane. Il sangue colava, imbrattava i piatti e le mani che sistemavano la carne, perché divisa in porzioni potesse poi essere adeguatamente scongelata, mentre la cucina era pregna dell’odore acre del sangue putrido. L’aria era satura. I quintali di carne dovevano sfamare il banchetto allestito ogni domenica per la parentela che era solita ritrovarsi, volente o nolente, attorno a mia nonna. Le portate di carne venivano divorate avidamente con commento…troppo dura…troppo tenera…saporita…sciapa. Vedevo quelle bocche masticare e parlare di quel pezzo d’animale morto come non fosse mai stato vivo, senza alcun presentimento o forma di rispetto; vedevo mani inanellate raccogliere avidamente con il pane il sangue cotto. Vedevo solo bocche e mani, i loro occhi sembravano bendati. Fu allora che cominciai ad avere la nausea e delle allucinazioni. I miei zii e cugini cominciarono ad apparirmi come dei cavernicoli borghesi, vestiti elegantemente, avidi di carne; e quella carne cominciò a manifestarsi nella sua forma originaria: vitelli incatenati al buio e privati del latte e delle cure materne, mucche, manzi, maiali stipati in luoghi angusti, polli appesi a testa in giù, spennati vivi, con i becchi spezzati; nel piatto cominciai a vedere i loro occhi imploranti e sofferenti, mentre venivano condotti alla morte dopo lunghi viaggi e deportazioni senza acqua né cibo, immobilizzati e poi bastonati sino alla fine, trascinati nei mattatoi, dove l’odore della morte trasformava il loro sguardo smarrito in uno sguardo di terrore e disperazione. E sentivo le loro grida…i parenti parlavano e ridevano…e io sentivo muggiti, belati, grugniti…era orribile…sentivo il loro ansimare e il loro cuore scoppiare. In quel periodo aiutavo mia sorella che lavorava per gli ex-deportati nei campi di concentramento nazista. Stava sistemando la loro biblioteca e mi trovavo continuamente sotto gli occhi la documentazione e le immagini che riguardavano lo sterminio degli ebrei e i lager. Il passaggio dall’immagine di un campo di concentramento a quella di un mattatoio, o dall’immagine di un treno carico di ebrei a quella di un carro bestiame o un camion carico di maiali ammassati è stato un momento inevitabile e immediato. C’è forse differenza tra Treblinka e un mattatoio? C’è forse differenza tra la raccolta di capelli, pelle e grasso umano, e la raccolta di pellame, grasso e carne animale?
I nazisti hanno utilizzato quei materiali per fare lampade, cuscini, saponette. Un simile utilizzo facciamo anche noi dei materiali animali. Dove sta la differenza? E’ forse l’uomo più degno di vivere? La sua intelligenza e il suo essere stato creato ad immagine di Dio – così lui crede – gli conferisce forse più dignità e più diritto alla vita di un animale? Uccidere un uomo è un omicidio esecrabile, uccidere un animale è normale. Un boia nazista è un criminale, un macellaio è un povero lavoratore. Entrambi però uccidono, tolgono la vita ad un essere vivente. Dove sta la differenza? Molti si scandalizzano quando si associa lo sterminio animale dei macelli all’Olocausto umano. Ma riflettendo bene cosa conferisce veramente dignità e diritto al rispetto della vita? Non può essere l’intelligenza o il livello di coscienza, perché allora dovremmo escludere da tali diritti i neonati o gli individui psichicamente malati, o tutte le persone che non sono più coscienti. Riflettendo bene quello che obbliga al rispetto della vita è la pienezza del proprio essere nell’appartenenza alla propria specie (un bue ha la sua pienezza d’essere nell’essere un bue, l’uomo nell’essere un uomo), e soprattutto la capacità di sentire la propria esistenza e sofferenza. La comprensione della morte, che per un animale è solo un presentimento, non è così importante quanto la capacità di soffrire. E’ la sofferenza a diventare l’unica categoria morale che accomuna le specie, e chi non riconosce questo massimo comune denominatore è specista e per analogia umana razzista. Il razzismo ha portato allo sterminio ebraico, lo specismo porta allo sterminio animale. Un animale ha la sua pienezza d’essere nei limiti della sua essenza ed esistenza, così l’uomo. Questa può sembrare una posizione estrema, ma necessaria per la coerenza di una visione del mondo che reclama equanimità per tutti gli esseri viventi, e che vede il sacro impregnare ogni forma di vita. Oggi cerco di evitare i pranzi domenicali dove il rito del mangiar carne viene regolarmente seguito dall’animalesca parentela, animalesca dico, perché se l’uomo vuole veramente uscire dalla ferinità, se veramente vuole vivere a livello spirituale, e questa è l’unica sua peculiarità, della quale tanto si vanta, rispetto alla sua essenza animale, allora deve rinunciare al mangiar carne. Se un giaguaro non mangia carne muore. Se l’uomo non mangia la carne, comunque, vive. Non è un cibo necessario alla sua sopravvivenza. Una delle vie dell’evoluzione dell’umanità verso un mondo migliore e più equanime verso tutti gli esseri è proprio questa rinuncia. I parenti mi guardano come fossi una pazza, quando mi lascio passare sotto il naso arrosti e cotolette, ma la verità è che mentre loro sentono un odore che li fa salivare dalla voglia, io sento un odore di cadavere, morte e ingiustizia che mi fa male al cuore e allo stomaco. Questo è il motivo per cui io ho rifiutato di mangiar carne. Bisogna essere coerenti con le proprie aspirazioni…verso se stessi e il mondo.

Non credi Zeno?

Irene

BRANO DA “LA GUERRA CONTRO GLI DEI”

La guerra contro gli Dei

Nel canto V dell’Iliade c’è un brano eccezionale. Pandaro, figlio di Licaone, affronta Diomede con grande arroganza, crede di averlo ferito e lo vuole finire. La punta della sua lancia ha trapassato lo scudo dell’Acheo e sfiorato la corazza.
“Sei ferito” urla Pandaro a Diomede “non sarai in grado di resistere.”
Ma il figlio di Tideo, che non è stato contuso, prende la mira e scaglia la lancia che entra nella bocca di Pandaro attraverso i candidi denti, gli taglia la lingua e fuoriesce dal mento; il micidiale colpo lo fa crollare dal carro tra il cupo risuonare delle armi di bronzo.
Intorno al suo corpo si scatena una violentissima zuffa. Enea urla e protegge il corpo del morto.
Diomede vede Enea, e cerca lo scontro per far si che l’eroe esali la forza vitale dalla chiostra dei denti. Il figlio di Tideo, prende un macigno e lo getta sull’anca del troiano recidendogli due tendini del cotile. Enea crolla a terra e Omero dice una notte cupa gli scese sugli occhi. Enea sembra spacciato. Diomede, preso da una furia cieca, cerca di piantargli una lancia nel petto. A questo punto interviene Afrodite, la Madre dell’eroe troiano che lo copre con un peplo splendente per proteggerlo dalla furia dell’Acheo. Diomede vede la dea e pur sapendo di confrontarsi con un essere divino non desiste. Una furia spaventosa lo prende e insegue Afrodite con la lancia spietata. Omero usa parole bellissime per descrivere l’incredibile evento. Il figlio di Tideo rincorre affannosamente la dea gemente e impaurita; e presa la mira osa l’inosabile: ferisce Afrodite nella parte estrema del braccio.
L’immagine è stupenda: la punta della lancia penetra il peplo divino tessuto dalle Cariti e dal braccio ferito della dea sgorga l’icore, il sangue degli immortali.
Afrodite a questo punto si dimentica del figlio, l’abbandona: Enea sarà salvato da Febo Apollo che l’avvolgerà in una nuvola oscura per proteggerlo dalla furia dell’Acheo.
Ma Diomede non ha finito; ha osato l’impossibile, ora va oltre e grida parole di scherno alla dea.
Le dice levati di qui, tu sei buona solo a far sedurre le donne, ma se prendi parte alla guerra proverai solo orrore e non vorrai più sentirne parlare. La dea fugge frignando in uno stato di panico isterico e, come una star hollywoodiana, scappa gemendo e piagnucolando. Iris dai piedi leggeri, la messaggera degli dei, interviene e l’allontana dalla zuffa feroce. Le due dee trovano Ares, il dio della guerra, appoggiato a una nuvola e Afrodite gli chiede i suoi cavalli divini per raggiungere l’Olimpo e gli dice: “soffro per la ferita che mi ha inflitto un mortale che oggi combatterebbe anche contro Zeus”.
Dice proprio così: il mortale, Diomede, oggi avrebbe la sfrontatezza di battersi anche contro Zeus, signore dell’egida. Ares concede il cocchio e le due dee volano verso l’Olimpo. Vedendo Afrodite ferita, Dione, sua madre, rimane stupefatta. Chi ha osato? Chiede mentre tratta teneramente la figlia atterrita. E Afrodite dal dolce sorriso risponde: “L’audace Diomede, il figlio di Tideo, mi ha ferito…”
e aggiunge: “non è più tra Troiani ed Achei che si svolge la mischia tremenda, poiché ormai i Danai combattono anche contro gli dei”. Nel frattempo la mischia presso Ilio continua. Diomede non desiste e si getta con un grido possente contro Apollo che protegge Enea ferito. Per tre volte, con immensa hybris, il figlio di Tideo si scaglia contro il glorioso iddio. E il signore dell’arco lo respinge colpendo con grande forza lo scudo lucente dell’eroe. Dopo un quarto assalto furioso – in una scena stupenda e solare – Febo intima minaccioso all’eroe di desistere. Gli dice: “Figlio di Tideo, bada, retrocedi, la tua mente non è simile agli dei, la stirpe dei mortali, che camminano sulla terra, e quella degli immortali non sono le stesse”. E Diomede desiste – immaginiamo – pieno di furia.
Il figlio di Tideo, si è misurato con gli dei e dal terribile incontro è riuscito a sopravvivere.

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